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Figli unici
Antonio Jasevoli:
chitarre, electronics
E’ ormai evidente che nella corrente di pensiero di artisti espansi, che attraversano con occhio interessato generi e forme d’espressione, e che sembrano voler fornire un’antitesi astratta e sconnessa all’ordine prestabilito, ci sia sempre più frequentemente l’esigenza di mettersi a nudo e proporre recital solitari e trasversali.
“Ci pensavo da anni, ho realizzato diversi concerti di chitarra classica, e credo anche che la condizione di vita sia quella di essere sempre più soli. Quando ero ragazzino e suonavo stavo sempre con altra gente, ormai mi capita di trovarmi sempre più isolato”.
Due set, uno con chitarra classica ma su repertorio differente e il secondo con chitarra elettrica o semiacustica ed elettronica, molta improvvisazione e anche un’anima politica e psicoterapeutica: un sontuoso e raffinato progetto di recente fattura nel quale Antonio ricostruisce canzoni-oggetto, dove le identità originarie svaniscono e diventano quasi paradisi mediatici. Una proposta che gioca sui contrasti e che si pone come un momento di riflessione per il pubblico, invitato anche a pensare con le proprie orecchie.
Classica, rock, jazz e tanto altro, non si avverte affatto un’estensione caotica e disordinata, ma al contrario una dimensione nitida del getto sonoro. E’ questa la declinazione più innovativa dell’improvvisazione solitaria, d’altronde i primi grandi amori di Antonio appartengono a paesaggi sonori distanti, come lui stesso ricorda: “Sono partito dalla scena della West Coast pscichedelica, band come Crosby Stills Nash & Young e Greatful Dead e da lì giù fino alla musica in cui dominava la chitarra acustica. In seguito ho scoperto Beatles e Rolling Stonese così sono arrivato ai Cream, Eric Clapton e Jimi Hendrix. Tramite il disco “Jazz Blues Fusion” di John Mayall ho recuperato altri territori arrivando poi ad esplorare la musica di Coltrane e Davis. Tuttavia i miei jazzisti preferiti sono Charles Mingus e Thelonious Monk”.
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